Cari amici di Catania Jazz,
il primo concerto del 2011 vedrĂ l'esibizione di un grandissimo jazzista italiano, Paolo Fresu, con il trio di un altro "big": il pianista cubano Omar Sosa in una miscela esplosiva di armonie jazz ed elettronica.
Per presentarvi il concerto, vi riportiamo alcuni estratti dell'intervista di Riccardo Marra al trombettista sardo, pubblicata nel numero di Gennaio di Universitinforma.

La musica come ponte che unisce geografie, persone, culture. Ecco cos’è il jazz per Paolo Fresu, un autore che, partito dalla piccola Barchidda in Sardegna, ha trovato il mondo. Da quasi trent’anni Fresu è impegnato a portare in giro il verbo jazz con i suoi tantissimi projects: il quintetto storico, il Devil quartet, la direzione artistica di un laboratorio come Time in Jazz e poi la collaborazione con il trio del compositore cubano Omar Sosa.
Al suo fianco, il prossimo 31 gennaio, quando Paolo Fresu salirĂ sul palco del Teatro Metropolitan per Catania Jazz.
L’ennesimo modo di mescolare radici: dalla Sardegna a Cuba passando per Barcellona, attuale “base” di Sosa. Il 2011 è
anche un anno speciale perFresu, quest’estate infatti s’imbarcherà in una delle sue imprese titaniche: festeggerà i 50
anni con 50 concerti in 50 giorni consecutivi, da mandar giù tutti d’un fiato.
Paolo, suonerai per Catania Jazz con Omar Sosa Trio…
«Sì, con Omar collaboriamo ormai da diversi anni. Tutto iniziò qualche tempo fa per un concerto ad Amburgo e poi per
il suo disco The Promise in cui ho suonato in un paio di brani.
Due anni fa abbiamo deciso di sigillare la nostra sinergia con un tour in duo e successivamente in trio insieme a Trilok
Gurtu alle percussioni. A Catania, invece, suonerò col trio di Omar composto da lui al pianoforte, fender rhodes ed elettronica; Childo Tomas al basso elettrico, voce e m’bira, e Marque Gilmore alla batteria»
Il jazz è il vostro linguaggio universale?
«Assolutamente. Le barriere sono abbattute in questo progetto, c’è dentro Cuba, Barcellona, la Sardegna. Il senso del
progetto è mettere assieme mondi apparentemente diversi l’uno dall’altro ma che possono convivere bene e alimentarsi vicendevolmente.
Il jazz d’altronde è questo, è una musica storicamente che mescola geografie, nata dall’incrocio di mondi,
culture diverse ed è tutto impresso nel suo dna. Una musica che abbatte le distanze, che va oltre la pelle, che rappresenta quello che dovremmo essere e non quello che, oggi purtroppo, ancora non siamo».
Ma il jazz riesce ad arrivare alle nuove generazioni? Che appeal ha?
«Non lo so bene, la capacità di fare arrivare il jazz dipende da ognuno di noi, dai musicisti, ognuno a suo modo. Io credo
che arrivi sempre di più comunque, lo vedo nel nostro festival Time in Jazz, i giovani stanno scoprendo il jazz pian piano. In questi anni s’è lavorato molto in questo senso mettendo il jazz vicino a internet, alle tecnologie. Poi credo che il carattere di questa musica, la sua capacità di relazionarsi con i luoghi, le storie, le radici sia impressionante. Forse si dovrebbe migliorarne ancora di più la comunicazione, qualche modo per farla diventare un’espressione
maggiormente popolare e meno da addetti ai lavori».
Clicca qui per leggere l'articolo completo.
il primo concerto del 2011 vedrĂ l'esibizione di un grandissimo jazzista italiano, Paolo Fresu, con il trio di un altro "big": il pianista cubano Omar Sosa in una miscela esplosiva di armonie jazz ed elettronica.
Per presentarvi il concerto, vi riportiamo alcuni estratti dell'intervista di Riccardo Marra al trombettista sardo, pubblicata nel numero di Gennaio di Universitinforma.

La musica come ponte che unisce geografie, persone, culture. Ecco cos’è il jazz per Paolo Fresu, un autore che, partito dalla piccola Barchidda in Sardegna, ha trovato il mondo. Da quasi trent’anni Fresu è impegnato a portare in giro il verbo jazz con i suoi tantissimi projects: il quintetto storico, il Devil quartet, la direzione artistica di un laboratorio come Time in Jazz e poi la collaborazione con il trio del compositore cubano Omar Sosa.
Al suo fianco, il prossimo 31 gennaio, quando Paolo Fresu salirĂ sul palco del Teatro Metropolitan per Catania Jazz.
L’ennesimo modo di mescolare radici: dalla Sardegna a Cuba passando per Barcellona, attuale “base” di Sosa. Il 2011 è
anche un anno speciale perFresu, quest’estate infatti s’imbarcherà in una delle sue imprese titaniche: festeggerà i 50
anni con 50 concerti in 50 giorni consecutivi, da mandar giù tutti d’un fiato.
Paolo, suonerai per Catania Jazz con Omar Sosa Trio…
«Sì, con Omar collaboriamo ormai da diversi anni. Tutto iniziò qualche tempo fa per un concerto ad Amburgo e poi per
il suo disco The Promise in cui ho suonato in un paio di brani.
Due anni fa abbiamo deciso di sigillare la nostra sinergia con un tour in duo e successivamente in trio insieme a Trilok
Gurtu alle percussioni. A Catania, invece, suonerò col trio di Omar composto da lui al pianoforte, fender rhodes ed elettronica; Childo Tomas al basso elettrico, voce e m’bira, e Marque Gilmore alla batteria»
Il jazz è il vostro linguaggio universale?
«Assolutamente. Le barriere sono abbattute in questo progetto, c’è dentro Cuba, Barcellona, la Sardegna. Il senso del
progetto è mettere assieme mondi apparentemente diversi l’uno dall’altro ma che possono convivere bene e alimentarsi vicendevolmente.
Il jazz d’altronde è questo, è una musica storicamente che mescola geografie, nata dall’incrocio di mondi,
culture diverse ed è tutto impresso nel suo dna. Una musica che abbatte le distanze, che va oltre la pelle, che rappresenta quello che dovremmo essere e non quello che, oggi purtroppo, ancora non siamo».
Ma il jazz riesce ad arrivare alle nuove generazioni? Che appeal ha?
«Non lo so bene, la capacità di fare arrivare il jazz dipende da ognuno di noi, dai musicisti, ognuno a suo modo. Io credo
che arrivi sempre di più comunque, lo vedo nel nostro festival Time in Jazz, i giovani stanno scoprendo il jazz pian piano. In questi anni s’è lavorato molto in questo senso mettendo il jazz vicino a internet, alle tecnologie. Poi credo che il carattere di questa musica, la sua capacità di relazionarsi con i luoghi, le storie, le radici sia impressionante. Forse si dovrebbe migliorarne ancora di più la comunicazione, qualche modo per farla diventare un’espressione
maggiormente popolare e meno da addetti ai lavori».
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